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Alessandro Bilotta, Romics d’oro 2019: “La mia vita e la mia carriera ruotano attorno a Roma”

Alessandro Bilotta, Romics d’oro 2019: “La mia vita e la mia carriera ruotano attorno a Roma”
aprile 12
19:02 2019

Intervista ad Alessandro Bilotta, autore di Dylan Dog e Mercurio Loi, premiato alla XXV edizione della mostra del fumetto, dei giochi e dell’animazione. Il fumettista romano per la prima volta si racconta a 360°, dalla giovinezza sino ai successi delle sue opere, confidando come tutto per lui ha sempre avuto un punto cardine: la sua città


“Nemo profeta in patria”, dicevano i latini. Ma questo non vale per lui, Alessandro Bilotta, autore e sceneggiatore romano di fumetti, conosciuto da molti per essere autore tra gli altri di Dylan Dog.

Si è da poco conclusa la venticinquesima edizione del Romics 2019 (la prima delle due stagionali) e sul palco della fiera internazionale del fumetto, dei giochi e dell’animazione, il fumettista classe ’77 ha appena ricevuto il prestigioso Romics d’Oro. Per un romano, ricevere un premio di un evento internazionale organizzato nella propria città è un motivo d’orgoglio. Ma lo è ancora di più se il riconoscimento gli viene attributo grazie alla sua ultima creatura, Mercurio Loi, flaneur della Roma papalina, che in una sola stagione ha vinto tutti i premi del settore: un caso unico nella storia del fumetto italiano.

Le storie di Alessandro Bilotta raccontano da sempre Roma e i romani. Per questo lo abbiamo intercettato proprio al Romics 2019 e, un po’ come il suo ultimo personaggio, ci siamo inoltriamo nei meandri del suo rapporto con la città, come un “passeggiatore svagato e a momenti curioso” (per usare la traduzione itlaiana del termine flaneur), tra qualche domanda sulla sua vita e qualche altra sulla sua carriera.

Alessandro Bilotta, in quale quartiere di Roma sei nato e dove sei cresciuto?

“Sono nato e cresciuto nel quartiere di Piazza Bologna. Non sono mai stato un grande viaggiatore e un avventuriero, vivo ancora lì. Per me forse l’avventura è continuare a scoprire e raccontare questa città. Piazza Bologna è molto cambiata negli anni, è passata da un quartiere prevalentemente residenziale, per famiglie, a un accampamento di studenti fuori sede, siamo molto vicini all’università. Hanno chiuso caffè eleganti e librerie, sostituiti da paninerie, friggitorie e bar con cocktail da tre euro”.

Dove hai studiato e quando hai cominciato a dedicarti al fumetto?

“Ho studiato in diverse scuole della mia zona, il quartiere Nomentano, alternando scuole pubbliche a scuole cattoliche. I preti e le suore che ho conosciuto sono all’origine di un mio certo agnosticismo. Non sono stato fortunato da questo punto di vista. Questo agnosticismo è in molti miei fumetti, se non tutti, a partire dal Dono Nero, in cui sono presenti il liceo dove ho studiato, il San Giovanni Evangelista e la mia parrocchia dell’infanzia, Santa Francesca Cabrini. Tutti a un passo da piazza Bologna. Mio papà medico e mia madre impiegata hanno sostenuto la mia passione per il fumetto fin da piccolo. Alle elementari scrissi un romanzo e provavo a disegnare fumetti”.

Quando hai cominciato a dedicarti professionalmente al fumetto? È stato importante per te il contesto romano?

“A diciassette anni ho frequentato la Scuola Romana dei Fumetti, che si trovava e si trova tutt’ora in pieno centro, a via Flaminia. Lì ho conosciuto Giuseppe Ferrandino, il mio autore preferito di allora. Mi ha influenzato con la sua idea di revisionismo, che gli è stata a sua volta ispirata da Watchmen e a cui lavorò sul mensile Nero della Granata Press. Alla Scuola Romana ho conosciuto anche Stefano Santarelli con cui nel 1997 cominciai a lavorare ad alcune idee per Martin Mystère. Due anni dopo, insieme ad altri quattro autori, ci siamo uniti in un gruppo da cui è nata la casa editrice Montego, o nave editrice come la chiamavamo noi. Ero insieme a Emiliano Mammucari, Marco Marini, Franco Urru e Mauro Uzzeo”.

Quali sono state le letture importanti per te? Cosa ti ha influenzato?

“I miei libri preferiti dell’infanzia erano L’isola del tesoro di Stevenson e un’edizione per bambini dei racconti di Lev Tolstoj, che considero il mio primo libro di lettura. Ho fatto le scuole medie in un istituto pubblico che si chiamava Tito Livio, e che ora non esiste più ed è stata la mia fortuna, a dispetto degli altri istituti religiosi che avevo frequentato. Al Tito Livio era stato preside mio nonno, insegnante e poeta che ha avuto un’enorme influenza su di me. I suoi racconti, le sue storie di guerra, di vita, ma anche di letture, sono stati determinanti per la mia formazione. A lui e alla professoressa di italiano di quegli anni devo la scoperta dei classici greci, dell’Iliade e dell’Odissea, che sono stati la mia esperienza più importante come lettore e credo quindi abbiano condizionato fortemente quella di autore.

Da adolescente poi ho letto le opere degli autori che hanno avuto maggiore influenza su di me: Edgar Allan Poe, Richard Yates, Kafka, Céline, Ernest Hemingway, Mario Vargas Llosa, Enrique Vila-Matas, Italo Calvino, Goffredo Parise, Floyd Gottfredson, Alan Moore, Will Eisner, Hugo Pratt, Tiziano Sclavi, Giancarlo Berardi.

Oltre la lettura dei fumetti di supereroi, da bambino mi colpì la serie tv di Batman e Robin, così come i cartoni animati giapponesi degli anni Ottanta. Quando nel 1989 ho visto il Batman di Tim Burton pensai che qualcuno avesse dato vita in carne e ossa a quel personaggio che avevo sempre visto relegato nel mondo della fantasia. Quel film, insieme al Dylan Dog di Tiziano Sclavi, mi fecero appassionare all’idea di realizzare fumetti.

Che importanza ha Roma nelle tue storie e, se potessi consigliare un luogo della città a chi non la conosce, quale suggeriresti?

“Roma nasce da un principio molto semplice, che credo sia una regola di scrittura fondamentale: raccontare solo ciò che si conosce. Con il tempo, da scenografia, è diventata proprio suggeritrice delle mie idee. La scelta di raccontare di spiriti in Valter Buio, forse nasce proprio dall’idea che Roma è una città in cui presente e passato convivono nello stesso momento, proprio come i fantasmi. Citando Valter Buio, vorrei invitare a fare una passeggiata sul colle dell’Aventino: “Il quartiere dove tutti vorrebbero vivere… e nessuno osa dirlo. Un luogo immerso nella pace, in cui è davvero raro veder passare qualcuno. Il Giardino degli Aranci… dove s’incontrano gli innamorati… ma solo per dirsi addio. È battuto da un vento costante, che porta lontane le loro promesse. Per vivere qui bisogna instaurare un rapporto profondo con il silenzio”.