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Amnesty International Italia sul caso Regeni: “Uscire da una verità di comodo”

Amnesty International Italia sul caso Regeni: “Uscire da una verità di comodo”
gennaio 31
13:20 2017

Abbiamo ripercorso con il portavoce di Amnesty International Italia, Riccardo Noury, l’impegno dell’ong sulla vicenda di Giulio Regeni, ucciso il 25 gennaio 2016 al Cairo. E proprio a un anno di distanza dalla sua scomparsa, Amnesty ha promosso la scorsa settimana a Roma una manifestazione e una fiaccolata per chiedere la verità sulla morte del ricercatore friulano

«La richiesta di giustizia per Giulio starà in piedi fino a quando non usciremo da questa verità di comodo». Così Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia spiega la posizione dell’ong sul caso Giulio Regeni, il ricercatore friulano ucciso al Cairo il 25 gennaio 2016. E proprio a un anno dalla sua scomparsa, la scorsa settimana Amnesty ha organizzato a Roma una manifestazione all’Università La Sapienza e una fiaccolata davanti a Montecitorio, così come in molte piazze italiane. Abbiamo ripercorso con Noury l’impegno di Amnesty su questa vicenda, in particolare sulla campagna #veritapergiulioregeni portata avanti dalla stessa organizzazione.

Noury, che cosa avete ottenuto con la campagna #veritapergiulio?

«Siamo riusciti a fare in modo che questo Paese si affezionasse tanto alla figura di Giulio Regeni. Abbiamo creato una solidarietà molto forte intorno ai genitori di Giulio e siamo riusciti a non fare dimenticare questo caso. Da parte egiziana si pensava forse che la prima versione non credibile dei fatti sarebbe stata accettata. Da parte italiana si immaginava che il caso sarebbe stato dimenticato presto per riprendere i rapporti bilaterali come se nulla fosse accaduto, ma abbiamo dimostrato che non poteva essere così».

Secondo lei si riuscirà ad arrivare alla verità completa su Regeni?

«Questo è difficile dirlo. Noi abbiamo una verità storica, cioè fin dall’inizio abbiamo detto che la sparizione, la tortura e l’omicidio di Giulio rientravano nel contesto delle violazioni dei diritti umani in Egitto. I pochi passi avanti che sono stati fatti dagli inquirenti locali, oggi ci portano a dire che è impossibile escludere ancora da qualche ruolo le forze di sicurezze egiziane. Conoscendo bene la situazione dell’Egitto, non ci sono casi di sparizione e tortura in cui agiscano spontaneamente delle singole persone senza catena di comando. Quindi quello che ci manca è la catena di comando, cioè capire chi ha ordinato, chi ha eseguito, chi ha depistato le indagini».

E’ qui il nodo centrale della vicenda?

«Potrebbe sembrare un po’ velleitario pretendere una sorta di autoaccusa da parte delle autorità egiziane, però è quello a cui noi dobbiamo arrivare. Se non ci si arriverà per via giudiziaria,  attraverso il lavoro straordinario della Procura di Roma, bisognerà arrivarci per altre vie, come un’inchiesta internazionale coinvolgendo i meccanismi delle Nazioni Unite che si occupano di sparizioni e torture».

Quali saranno le prossime iniziative di Amnesty International Italia?

«Porteremo avanti la nostra campagna, mobilitando cittadini istituzioni locali e le persone sui social network. Nell’immediato dobbiamo scongiurare che l’ambasciatore italiano possa tornare a Il Cairo. Sarebbe  un gesto sbagliato e intempestivo. Se ne sente parlare e questo ci preoccupa perché se l’Italia facesse questo, il segnale che darebbe all’Egitto è: “Siamo contenti di dove siamo arrivati, normalizziamo i rapporti e riprendiamo tutto come prima”. Non si potrà mai riprendere tutto come prima, ignorando le centinaia di morti per tortura solo per il fatto che sono egiziani. Dal punto di vista delle indagini, non possiamo pensare di rimandare l’ambasciatore al Cairo».

Altrimenti cosa potrebbe succedere?

«Il rischio è che si finisca per arrendersi a quella verità di comodo, perché si pensa di non ottenere di più. Noi sosteniamo che un Governo che tiene ai diritti umani non può far prevalere aspetti strategici, geopolitici ed economici sulla ricerca della verità».

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