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Cambio Vita: Giuseppe e il suo ristorante italiano nel cuore dell’Ecuador

Cambio Vita: Giuseppe e il suo ristorante italiano nel cuore dell’Ecuador
febbraio 21
16:44 2013

Apriamo la rubrica Cambio Vita con un’ intervista a Giuseppe Baldini, un giovane romano che ha lasciato il suo lavoro e la sua città natale per trasferirsi a Quito, in Ecuador.

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Giuseppe Baldini, giovane romano che ha lasciato l’Italia per trasferirsi in Ecuador: dapprima ha fatto il volontario in una Fondazione, poi ha aperto un ristorante di cucina romana in cui lavorano i ragazzi della Fondazione

Giuseppe è partito diversi anni fa, spinto dal desiderio di cambiare vita, non era felice e sentiva che quella intrapresa non era la sua strada. Quindi armato di volontà, di speranza e con tanto spirito altruista si è lasciato alle spalle il suo vecchio mondo fatto di certezze per iniziare una nuova vita. La storia di Giuseppe è ricca di spunti di riflessione. Non ha cambiato sola la sua vita, ma è riuscito a trasformare radicalmente in meglio la vita delle persone che ha incontrato.

Giuseppe, da quanto tempo vivi in Ecuador?

Mi sono trasferito a Quito nel novembre del 2007, quindi sono un po’ più’ di 5 anni che vivo oltreoceano.

Perché hai deciso di trasferirti a Quito?Avevi già dei contatti?

Sinceramente la destinazione Quito è stata un po’ casuale, un’amica mi aveva parlato di una fondazione di ragazzi di strada, poveri, in situazione di rischio diciamo, al sud di Quito, e sono partito per 10 mesi di volontariato lasciando il lavoro. Lavoro che, per quanto fosse molto ben retribuito e mi andasse molto bene da un punto di vista aziendale (lavoravo come informatore scientifico del farmaco in una multinazionale GlaxoSmithKline), non mi soddisfava intellettualmente e spiritualmente e sapevo che dovevo cercare qualcosa di adatto a me per “sentirmi” bene.

Quando sei arrivato in Ecuador  quale è stata la tua prima sensazione?

La prima sensazione arrivando a Quito è stata: “Oddio, qui il mare è lontano”. In ogni caso mi sono sentito subito molto bene, non sono un “tipo energetico” ma sentivo delle energie positive.

Hai avuto delle difficoltà agli inizi? Se sì, quali?

Difficoltà non direi di averle avute, quello che ricordo dei primi tempi era solo un incredibile e affascinante sforzo per tentare di capire, non solo da un punto di vista della lingua, i ragazzi, cercavo di immedesimarmi in loro, provavo a pensare come potessero ragionare, quello che pensavano e che facevano per me era fondamentale.

Sei riuscito facilmente ad integrarti?

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Giuseppe si è presto integrato nella comunità di Quito

Mi sono integrato molto bene sia con i ragazzi della fondazione sia con la gente ecuadoriana fin dall’inizio, i ragazzi( dai 10 ai 18 anni) sono incredibili, pieni di vita e di insegnamenti, ti mettono una carica che avevo scordato da tempo e le persone in generale sono molto socievoli, aperte e curiose.

Vivono molti italiani a Quito?

E’ da quando abbiamo aperto il ristorante che ho scoperto una vera e propria comunità di italiani, i quali  vengono sempre al ristorante, dicono che gli ricorda un pezzo d’Italia, bevono il caffè, comprano la mozzarella, l’olio, gli insaccati, le  pizze e le focacce. Il ristorante si trova al nord della città, nella parte ricca; prima la mia vita era solo al sud, tra casa e fondazione, nella parte povera della città.

Come si vive a Quito? Le persone sono socievoli?

Vivere a Quito  potrebbe essere migliore dell’Italia sotto il profilo dell’umanità, della dimensione dell’uomo, ancora non totalmente schiavo del tempo e del lavoro (e lo dice uno che lavora 6 giorni a settimana 12 ore al giorno). E’ ovvio che quando si è in ritardo, si corre anche qui, ma c’è sempre il tempo di scambiare due parole vere, c’è meno etichetta, i rapporti (non che in Italia non lo siano) sono più’ intensi, più caldi.

Di cosa ti occupavi a Roma prima di trasferirti?

Sono laureato in Farmacia, e come ho detto prima, dopo la laurea ho lavorato per un anno e otto mesi in una azienda farmaceutica.

Perché hai deciso di lasciare l’Italia?

Sono andato via dall’Italia perché non mi sentivo espresso, non mi sentivo realizzato e non mi piaceva la direzione che avevo preso, intendo lavorativa, la vita, per come sono fatto io , mi stava un po’ stretta. l’Italia è bellissima, difficile dire che sia andato via dall’Italia, forse sono andato via da quel nuovo concetto d’Italia che stavo vivendo e che non mi piaceva affatto.

A proposito di questa tua nuova esperienza di vita, come è nata la tua attività nel campo della ristorazione?

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L’ingresso del ristorante che Giuseppe, con altri due soci, ha aperto a Quito

Il ristorante è nato durante tutti questi anni, non direi mai che nel maggio 2011 abbiamo aperto Romolo e Remo “da un giorno all’altro”. Romolo e Remo nasce grazie a questi ragazzi, grazie alle nostre esperienze di tutti i momenti passati insieme. Da quando sono arrivato dai ragazzi ho lavorato come professore di nuoto, di inglese e di hoteleria (cucina e nutrizione) e proprio grazie alle moltissime esperienze positive di pranzi “ufficiali per autorità” in visita alla fondazione è iniziata a maturare l’idea di aprire un ristorante: ciò per dare lavoro ai ragazzi ed a me, per trovare un continuum all’insegnamento e un avviamento definitivamente professionale a quel meraviglioso progetto. Abbiamo aperto in 3 , con altri 2 italiani conosciuti lavorando nella fondazione, Antonio e Cristiana. E con ovviamente anche i ragazzi,  che  all’inizio erano in 3 e adesso sono in 14 a lavorare.

Cosa ti ha spinto a restare in Ecuador?

Ovvio che la prima ragione  del decidere di rimanere sono i ragazzi: il loro attaccamento, il loro entusiasmo, la loro energia, il loro voler crescere e cambiare il proprio destino che sicuramente non è stato troppo benevolo. Riassumerei in un aneddoto la mia decisione di rimanere come professore volontario con i ragazzi e piano piano a quella di maturare la creazione del ristorante. Il primo anno, a un ragazzo che mesi fa ha lasciato questo mondo perché accoltellato, ho domandato la ragione per la quale fosse tanto freddo con me e non collaborasse alle attività. Lui mi ha risposto che non si affezionava ai volontari italiani perché stavano un certo tempo per poi fare ritorno nel loro paese. Per questo sono rimasto.

Avevi già avuto qualche esperienza nella ristorazione?

Da quando sono piccolo la cucina mi ha sempre attratto ed è stata sempre la cosa che ho amato di più, grazie anche alla mia famiglia di “grandi cuochi casalinghi”. Ma non avevo alcuna esperienza nella ristorazione. Semplicemente cucino da molti anni e ciò mi appassiona. La cosa migliore è fare sempre ciò che uno ama.

Qual è il segreto del tuo ristorante ?Romolo e Remo ha un “piatto forte”?

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I ragazzi che lavorano nel ristorante italiano “Romolo e Remo”: con questa attività sono stati tolti dalla strada e preparati a lavorare nel campo della ristorazione

Romolo e Remo è un piccolo ristorante divenuto in un anno e mezzo di vita un punto fermo nelle scelte culinarie di ecuadoriani e stranieri. Il segreto del ristorante è sentirsi come a casa, sia  per il cibo che per l’atmosfera. I piatti serviti sono quelli tradizionali italiani e romani realizzati sia con prodotti a “km zero” che con  quelli ovviamente di importazione italiana. L’atmosfera  è molto accogliente, grazie sopratutto ai ragazzi, ex studenti del corso di cucina, che trasudano amore, impegno, professionalità. Hanno una bella possibilità nel lavorare nel ristorante, questo si, ma la “ricambiano moltiplicata per 10”. I clienti li chiamano per nome, li conoscono, li salutano con affetto e qui in Ecuador è un bel traguardo quello di vedere la classe ricca relazionarsi in questo modo alla classe povera. E l’autostima dei ragazzi aumenta esponenzialmente. Il piatto forte sono le “Fettuccine Romolo e Remo”, salsa bianca con salsiccia, funghi e noce moscata. Ma anche la pizza bianca ripiena di salumi formaggi e verdure. Siamo gli unici qui ad averla. Agli italiani più che sponsorizzare il mio locale consiglierei di venire in Ecuador, un piccolo paese meraviglioso, ricchissimo di posti da visitare che lasciano a bocca aperta, ed abitato da un bellissimo popolo, sempre pronto ad accogliere. Eventualmente se dopo vari giorni di piatti locali (squisiti) venisse loro la voglia di sentirsi per qualche ora in Italia, li inviterei da Romolo e Remo, specialmente per conoscere i ragazzi.

Silvana Magali Rocco