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Appunti di vita in città, quando Roma conobbe per la prima volta Cassius Clay

Fonte foto: www.olympic.org

Appunti di vita in città, quando Roma conobbe per la prima volta Cassius Clay
giugno 06
20:49 2016

Ogni settimana il giornalista e scrittore Paolo Marcacci raccoglie per Roma da Leggere i suoi Appunti di vita in città. Nella ventitreesima puntata, l’autore, con il suo riconoscibile stile appassionato ed appassionante, regala un ritratto dello scomparso pugile Muhammad Ali, quando – nella Roma delle Olimpiadi del 1960 – si impose per la prima volta ancora con il suo vero nome, Cassius Clay

Il ragazzino aveva le guance piene e lisce, lo sguardo fiero e inconsapevole, sopra un corpo da statua. Già un po’ strafottente in pubblico, ancora timido in privato. Un “bambacione” nero, lo si sarebbe definito a Roma, dove era arrivato – in quell’estate del 1960 – dopo aver trascorso ore abbracciato a un paracadute, . Il gigante aveva paura delle turbolenze, stava per rinunciare alle Olimpiadi, per quel motivo. Sarà piaciuto anche a Pier Paolo Pasolini, in fondo era un ragazzo di vita nato in Kentucky, in una “borgata” di Louisville.
Non aveva scelto il nome con cui si presentò al mondo: era un nome da schiavo, Cassius Marcellus Clay, buono per raccogliere il cotone, per usare porte di servizio.
“Bello bambino”, gli disse una signora sotto il sole di Piazza Navona, se lo sarebbe ricordato per tutta la vita, lo avrebbe ripetuto a ogni ritorno in Italia, con meno paura di volare. Ma come faceva la montagna di muscoli, concepita dalla natura per demolire, a muovere ogni fibra con la grazia e il sincronismo degli elementi di un’orchestra? Tanto più che il ring è morbido, i piedi affondano sotto il peso, non c’è spazio per le farfalle.
Non c’era, prima di Cassius Clay a Roma. Cosa gli piacque di più nella Città Eterna? Forse gli occhi di Wilma Rudolph, connazionale bellissima, nera anche lei, che forse ebbe una storia con Livio Berruti, forse no. Di certo Cassius prese un due di picche, uno dei rarissimi di tutta una vita.
Nella finale dei medio massimi, il polacco aveva un nome impronunciabile, era piantato e potente come si addice alla categoria; Cassius lo picchiò con la fionda: potenza ed elasticità, danza irridente, chilogrammi di muscoli che sembravano evaporare sotto l’ipnosi del gong.
Il mondo imparò, a Roma, che le farfalle possono massacrare.
La città abbracciò il ragazzo: le strade che portano a Roma lui da Roma le prese per il mondo, con una medaglia al collo. Roma non ebbe colpe, se poi la medaglia finì nel fiume Ohio, in segno di rabbia e protesta. A Roma, Cassius Clay si sarebbe potuto sedere in qualsiasi ristorante del centro, non si sarebbe sentito rispondere “Siamo fieri di te, abbiamo fatto il tifo; la cena te la offriamo noi, ma devi portarla via, qui non puoi sederti, qui si siedono i bianchi” come gli sarebbe capitato qualche tempo dopo a casa sua.
Era meglio il ponentino del vento dell’odio, deve aver pensato Cassius, eroe perché americano, ma meno americano di un bianco. Del ponentino si portò appresso la leggerezza, che incredibilmente trasformava i chili in grazia demolitrice, in scarti irridenti: come un venticello leggero che rinfresca le serate di Roma, il ragazzo si faceva impalpabile di fronte ai colpi degli altri giganti. E divenne un monumento, che tutto il mondo seppe riconoscere; come i monumenti di Roma, che hanno il nome giusto in tutte le lingue, che non li buttano giù nemmeno i pugni dei secoli. Come un monumento di Roma seppe resistere ai colpi di Foreman, che allungava le braccia da caterpillar per quasi due metri di estensione, quella notte di Kinshasa; come un arco romano rimaneva piantato sotto gli urti delle civiltà inferiori, che prima o poi si sarebbero sgretolate.
Come un monumento immortale si diede il nome giusto, quello che lo avrebbe rappresentato per sempre. Muhammad Ali forse era nato a Roma, dove il mondo conobbe Cassius Clay. Partito con un paracadute tra le braccia, tornò con una medaglia al collo. Era solo l’inizio: il più grande di tutti si presentò al mondo nella città più bella.

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