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Deep Purple a Roma, l’ultimo incontro con la storia della musica | RECENSIONE

Deep Purple a Roma, l’ultimo incontro con la storia della musica | RECENSIONE
giugno 23
19:55 2017

Il 22 giugno 2017 per l’ultima volta si sono esibiti i Deep Purple a Roma. Cinque magnifici vecchietti, colonne portanti della storia del rock, che hanno dimostrato di sapersi ancora divertire e di far divertire

“Per sempre”, una locuzione quasi magica, fuori dalla logica, irreale nel rapido e frenetico susseguirsi dei nostri giorni. Ci sono le eccezioni, opere d’arte, pensieri, in questo caso canzoni ma tutto appare come se per crederci davvero fossimo costretti a guardarci dentro ed aggrapparci a quanto di romantico troviamo. In altri stati d’animo ci verrebbe da dire, ironicamente, che di eterno ci sia solo l’insostenibile mutevolezza delle cose. Una calda serata romana di fine giugno a fare da cornice a quello che viene annunciato (speriamo ci ripensino!) come l’ultimo tour dei Deep Purple, pluridecorata armata del rock senza tempo. E’ il 22 giugno 2017 e Roma, la Città Eterna, si prepara ad ospitare l’ultimo atto di una band, i Deep Purple che dal lontano 1968 scrive la storia con pezzi che hanno influenzato il modo di comporre degli anni successivi. Il tour InFinite prende il nome dal loro ventesimo album studio con alle spalle premi, circa 120.000 milioni di album venduti, in altri termini vere e proprie icone dell’hard rock mondiale e non solo. L’album, InFinte, che esce a distanza di quattro anni dall’ottimo Now What?! è l’ennesima conferma che cambi di formazioni, anni che passano non sono riusciti a scalfire il granitico talento nel songwriting e nel comporre melodie valide ed accattivanti.

A tirarci giù nel reale ci pensa l’acustica indecente del Palalottomatica, che già con i validi e incisivi Planethard, promettente gruppo-spalla di Milano, ci lascia interdetti costringendoci a ipotizzare suoni e melodie, sicuramente efficaci, ma che faticano, per usare un eufemismo, ad arrivare fedelmente all’orecchio di chi ascolta.

Poi, verso le 21 arrivano, loro, i Deep Purple e subito si ha l’impressione di aver centrato l’appuntamento con la storia.

Il pezzo di apertura Time For Bedlam, lo stesso che apre anche l’album InFinite, coniuga perfettamente presente e passato, la voce parlata e robotica, che quasi spiazza, di Ian Gillan, prelude sonorità classiche dei Deep Purple, corpose e suadenti che hanno fatto della band di Hertford, un punto di riferimento nel corso degli anni, per tutto il panorama hard rock planetario.

Subito dopo atterriamo nel lontano ’71, con Fireball, ed il pubblico reagisce con animata emozione, seguita da Bloodsucker ed un altro classicissimo, Strange kind of woman. Queste quattro canzoni sparate sul pubblico senza intervalli hanno l’effetto di accendere entusiasmo ed ammirazione e con loro Ian e compagni sembrano quasi voler dire “vecchietti a chi?”

Il concerto dei Deep Purple a Roma scivola via coinvolgendo e deliziando, sia con pezzi presi dall’ultimo lavoro, sia con impeccabili assoli ( qui almeno la qualità dell’acustica incide meno), intervallati dai vari classici che nel corso degli anni la band ci ha regalato. Don Airey con il suo magico Hammond, Ian Paice con la sua veemenza e Ian Gillan con il suo inconfondibile timbro ci accompagnano nell’ora e quaranta circa di concerto, bis compresi, con l’unico cruccio, scusate se è poco, di averli più che altro intuiti, vista la pessima acustica del palazzetto. Con Space Truckin’ e Smoke on the Water il pubblico si infiamma lasciandosi andare come nelle migliori occasioni, pubblico eterogeneo per quanto riguarda la carta di identità, a dimostrare che la buona musica non ha età.

Con un altro cavallo di battaglia, Black Night, si chiude il concerto con i fan che osannano e applaudono i loro beniamini, immalinconiti dal fatto che potrebbe essere stata la loro ultima apparizione a Roma (nel mondo della musica non è raro che ci siano ripensamenti, speriamo!) ma felici di averli visti ancora sul pezzo, grintosi e compatti.

Osservando le rughe sui loro visi proiettate durante i ringraziamenti dallo schermo sul palco, si è indotti a pensare che il tempo non risparmia nessuno, neanche loro, come se i loro visi fossero solcati da cicatrici delle tante battaglie vissute.

Eppure, a guardare bene questi cinque magnifici vecchietti, colonne portanti della storia del rock, divertirsi e divertire, ed ancora meglio, quarantenni insieme ai loro genitori osannarli cantando all’unisono le loro pietre miliari quasi come per sancire un passaggio del testimone, qualcosa dentro, molto vicino al raziocinio e alla logica, si piega, lasciandoci come bambini ammaliati che non smetterebbero mai di sognare.