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Gabriele Lavia: “A volte penso di aver sbagliato tutto”’

luglio 08
06:50 2012

Con le “Serate d’onore” Gabriele Lavia ha aperto le porte del teatro Argentina anche di lunedì, giorno tradizionalmente dedicato al riposo settimanale. E lo ha fatto gratuitamente senza la vendita di un biglietto, con una serata in cui un attore portava in scena il suo testo preferito e ne raccontava la storia.

Lavia approda alla direzione dell’Argentina dopo una fitta carriera di quarant’anni ricoprendo il ruolo di attore, regista, direttore artistico e insegnante della Compagnia teatrale omonima, da lui fondata una ventina d’anni fa. Co-direttore artistico negli anni ottanta del teatro Eliseo di Roma, direttore artistico dello Stabile di Torino, all’Argentina ha portato un’aria di rinnovamento e, come tutti gli artisti di spessore, ci ha messo qualcosa di suo. Con la formula della “Serata d’onore”, giorno in cui fuori dal teatro si formava una lunga fila di attesa, si sono esibiti artisti del calibro di Glauco Mauri, Alvaro Piccardi e Pamela Villoresi, sul palco con un tema poco convenzionale: i dubbi e le incertezze di una donna che scopre la propria omosessualità. Nella platea spiccavano anche ospiti d’eccezione: lo scrittore Raffaele La Capria, il politico Gianni Letta e il grande attore di cinema e teatro Roberto Herlitzka. Nella stagione ormai agli sgoccioli, Lavia non è rimasto a guardare: per la sua serata d’onore, a gennaio, ha portato in scena “Il sogno di un uomo ridicolo” di Fëdor Dostoevskij; è stato interprete e regista di “Tutto per bene” di Luigi Pirandello e di “La Trappola”, spettacolo portato ai teatri Quarticciolo e Tor Bella Monaca. Qui, tra il pubblico, c’erano Michele Placido, Glauco Mauri e Monica Guerritore. Non sono mancati gli imprevisti in questo suo primo anno nel ruolo di direttore artistico. Mariangela Melato, durante le prove ha un infortunio e il suo Nora alla prova da “Casa di bambola” di Ibsen viene sospeso. Il suo spettacolo sarà poi sostituito da “I masnadieri” di Friedrich Schiller firmato da Gabriele Lavia e interpretato dai suoi allievi. La rappresentazione era stata preceduta da un’altra serata nella quale, Franco Mussida della Premiata Forneria Marconi, creatore delle musiche dell’adattamento dell’opera di Schiller, in un dialogo con Lavia, raccontava e spiegava come erano nate le canzoni e la ricerca condotta sui testi e sugli strumenti.

Un (breve) dialogo, con Lavia, siamo riusciti ad averlo pure noi.

Quando ha assunto il ruolo di direttore aveva un’ immagine di teatro precisa da realizzare?

Non ho le idee molto chiare, anche se dentro di me ho ciò che rappresenta il teatro. È un’idea intima, che, se comunicata, risulterebbe banale.

Però da attore avrà maturato che cosa è per lei recitare.

Un palco, un attore e lo spettatore: credo siano sufficienti questi tre elementi per rendere grande un’opera.

Si dice che i giovani vanno poco a teatro. Lei cosa ne pensa?

Si dice così, ma è una buona ragione di lamentela e pianto. Penso che se il teatro è buono, allora la gente ci va. C’è sempre un motivo per cui il teatro è pieno. L’idea che il teatro sia un testo è recente. Il teatro è fatto dagli attori e dal loro modo di porsi di fronte agli spettatori. E’ questa l’essenza che va rimessa in atto. Se non c’è l’attore ci può essere il più grande testo come Amleto o Macbeth e non succede nulla. Diversamente, un attore può far sorgere qualcosa.

Un esempio?

Ho visto Totò sul palcoscenico. Disse solo “a prescindere” (fa una breve pausa, ndr) non lo dimenticherò mai.

È stato attore, direttore artistico, regista e insegnante. In quale ruolo si sente più a suo agio?

Non lo so a volte penso di aver sbagliato tutto. Non bisogna mai sentirsi a casa propria, ma come ospiti in attesa. Non s’impara mai.