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La finestra sul diritto: emigrazione, interessi individuali o collettivi? | Prima parte

La finestra sul diritto: emigrazione, interessi individuali o collettivi? | Prima parte
gennaio 18
08:30 2016

Emigrazione: con questo tema inizia la nuova serie de La finestra sul diritto, la rubrica di Roma da Leggere ispirata ai temi d’attualità e riletti in chiave giuridica. In questo primo incontro coi lettori (suddiviso in due parti), l’avvocato Marco Spadaro apre una finestra sul diritto degli uomini in fuga da condizioni di oppressione, povertà, crisi democratiche e guerre civili. Storie di famiglie costrette all’esodo, alla ricerca di una nuova vita da iniziare altrove

Il fenomeno è ormai noto in Italia, specie in alcune aree del sud, ma non lo è altrettanto nei Paesi del centro e del nord Europa, cuore economico e grembo politico dell’Unione Europea.
Nel nostro Paese l’ondata migratoria ha spesso animato il dibattito politico, tra chi sostiene la dottrina del rimpatrio immediato e indiscriminato di tutti gli extra-comunitari e chi, di contro, ha assunto una posizione più elastica frutto di una maggiore attenzione alle origini dello straniero e alle condizioni socio-politiche dell’area di provenienza. Negli altri Paesi europei, invece, ci si interroga oggi (forse per la prima volta) sul futuro dei profughi di guerra, senza tuttavia considerare il fenomeno migratorio nella sua più ampia accezione, consistente da esseri umani che fuggono dalle più disparate situazioni, non sempre riconducibili ad una persecuzione o ad una guerra civile.

Si può infatti operare una prima distinzione tra i vari flussi migratori: quelli di cui sino a pochi anni fa si occupava esclusivamente il bacino del sud-Europa (Italia Grecia e Spagna) e costituita da ondate di migranti, per lo più di origine africana (ma anche dell’est europa) e alla ricerca di una vita migliore nei Paesi più ricchi della vicina Europa.
Dall’altro lato, invece, si è fatto largo un nuovo tipo di immigrazione, sempre più clandestina, che di fatto si è confusa con l’immigrazione che noi italiani potremmo definire ‘ordinaria’ ma che in realtà se ne differenzia – e non poco -, in quanto trae le sue origini da presupposti radicalmente differenti rispetto alla povertà ed alla persecuzione politico-religiosa che in alcuni paesi africani può definirsi persistente.
Si allude a quell’immigrazione sorta successivamente alla stagione di sanguinose repressioni e rivoluzioni, chiamata dai media di tutto il mondo ‘Primavera Araba’.
In particolare, tale crisi ha coinvolto i paesi del Nord Africa (Egitto, Tunisia e per finire Libia) ed ha finito per detonare nella più grave crisi delle dittature più longeve e radicate, sino all’esemplare crisi dell’area medio-orientale, per così dire, più moderata: la Siria di Bashar al-Assad.
Il conflitto ha fin qui assunto una violenza senza pari, tanto da essere l’unico Paese il cui regime dittatoriale non è stato rovesciato dal popolo e per il quale, anzi, i cittadini stanno pagando il prezzo più alto al cospetto della potenza di fuoco delle forze armate lealiste.

In tutto ciò, si inserisce la spina nel fianco del terrorismo jihadista dell’ISIS che torna ad atterrire tutti gli ‘infedeli’ anche in Europa, essendosi dimostrato un fenomeno con delle importanti entrature nei Paesi occidentali (ad es. in Francia con l’attacco al giornale Charlie hebdo e Gran Bretagna, paese natale del boia dell’isis jihadi Jhon) ormai pervasi da etnie integrate nel tessuto sociale delle democrazie europee e delle quali conoscono i punti deboli.
Tale instabile equilibrio, in ambito internazionale, ha vivacizzato il braccio di ferro che le potenze mondiali stanno conducendo sulla crisi di questi ‘nuovi’ migranti.
Non a caso la Siria è oggi sostenuta dai governi russo e iraniano (nonché da quello cinese), fieri di pluriennali rapporti diplomatici e proficue intese commerciali; mentre dall’atro lato del mondo la Siria continua ad essere avversata dal governo americano e i suoi alleati, schierati invece con la popolazione siriana che si ribella al regime di Assad.
Sono state avanzate le ipotesi più disparate sulle reali motivazioni che hanno scatenato i conflitti della regione medio-orientale degli ultimi anni, a partire dalle ‘necessarie rivoluzioni’ agitate dall’Occidente per appropriarsi delle risorse naturali dei Paesi nord africani, come la Libia di Gheddafi, spodestato e ucciso, si dice, dalle potenze europee, – Francia su tutte -, che volevano asseverare il neo istituito regime alle logiche degli scambi commerciali con l’Europa.
C’entra il gas, forse il petrolio, può darsi addirittura la posizione strategica di questi paesi, tanto che si pensa ad un piano ben congegnato per destabilizzare i paesi in conflitto e aspettare che si ristabiliscano nuovi ordini, magari più compiacenti nei confronti dei grandi affaristi occidentali.
Dall’altro lato, c’è chi sicuramente questi equilibri vuole fermamente preservarli. Cina e Russia ad esempio. Sempre interessate ad avere partner commerciali ricchi di petrolio ed altre risorse naturali, contropartita del proprio gas in caso di chiusura dei rubinetti verso l’Europa. (Vedi crisi Crimea-Ucraina).

In definitiva, da un capo all’altro del Mondo i Paesi osservano acriticamente la situazione e studiano soluzioni diplomatiche, ma a quale fine? Saranno davvero buone le intenzioni di chi si professa amico del popolo migrante?
Certo è che la questione solleva ancora molti dubbi e le potenze mondiali non hanno mai dissipato tali perplessità annidate per anni nelle menti di ciascuno di noi: nuova e più diffusa guerra fredda o vera corsa di solidarietà per chi trasmigra? Interessi individuali o collettivi? Solo questione di equilibri di potere internazionale o concreto sviluppo di politiche sociali? Qualunque sia la risposta a tali quesiti, è in ogni caso una questione di status quo!

[PROSEGUE NELLA PROSSIMA PUNTATA]

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