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Liberazione di Roma, 1944-2015: dalla resistenza al volontariato responsabile

Liberazione di Roma, 1944-2015: dalla resistenza al volontariato responsabile
giugno 04
09:13 2015

Nel giorno della commemorazione della Liberazione di Roma (il 4 giugno del 1944), Silvana Zambrini, vicepresidente Mo.V.I. Lazio, racconta la sua esperienza di quel giorno e di 50 anni al servizio del prossimo. Una vocazione, la sua, che ha radici proprio nell’esperienza vissuta della guerra, quando era bambina e dei piccoli gesti le hanno mostrato l’importanza della solidarietà

Mo.Vi Lazio, Silvana Zambrini, presidente

Silvana Zambrini, vice-presidente del Mo.V.I. Lazio

Ancora non aveva compiuto 10 anni quando ha scoperto la solidarietà, l’importanza e soprattutto il privilegio di poter aiutare. Ha origini lontane l’inizio dell’esperienza di volontariato di Silvana Zambrini, che, tra le tante cariche, ricopre il ruolo di vicepresidente Mo.V.I. Lazio  (Movimento del Volontariato Italiano – Federazione del Lazio) e responsabile volontari dell’associazione Antea Onlus. Il suo volontariato responsabile è iniziato nel periodo della guerra, quando «i primi gesti di solidarietà li ho visti da mia mamma – racconta Silvana – quando faceva ceste di pane per l’orfanotrofio». Da questi piccoli gradi gesti, dalle domande che da questi scaturivano nel suo essere bambina, dal rendersi conto del suo essere fortunata «perché noi potevamo fare il pane perché avevamo in casa la farina», ha avuto inizio il suo impegno nel volontariato, inteso come giustizia sociale «e che poi per mie predisposizioni si è specializzato in campo sanitario» aggiunge, e che porta avanti da ormai 50 anni.

Oggi i giovani hanno bisogno di essere in qualche modo portati al volontariato, «inteso come conoscere la vita» ad esempio attraverso il servizio civile. «Il mio servizio civile è stata la guerra» dichiara Silvana, che grazie alla guerra ha imparato fin da bambina a condividere, prima «la paura della guerra, poi l’attesa della pace e infine la libertà».

Nata da famiglia benestante e antifascista, «mio padre portava la cravatta senza nodo, rovesciata, mentre mio fratello di tre anni più grande di me girava in bicicletta a consegnare i bigliettini per la lotta partigiana». Silvana ha ancora in mente «come fosse un film» la paura della presenza tedesca e poi lo sbigottimento degli sconosciuti americani, di quelli uomini che quando entrarono in città (il 4 giugno 1944, ndr), quando sfilarono con gli autocarri in Corso Trieste, regalavano caramelle e cioccolato, «mentre mia madre ci spingeva verso la chiesa per ringraziare il Signore della fine della guerra».

Tra le tante esperienze della sua infanzia, quello che lei stessa ha definito il suo «battesimo al volontariato» risale a quando aveva circa 10 anni, poco dopo la fine della guerra. Presso l’ex Villa Savoia c’era un ricovero dei «bambini mutilatini», quei bambini che avevano perso le mani o la vista a causa delle stilografiche esplosive che lasciavano i tedeschi. «I bambini credevano fossero giochi», ricorda ancora come se fosse ieri, e appena le prendevano in mano queste esplodevano. Quel giorno lei interpretava un ruolo comico, di un uomo con i baffi e la voce grossa. Durante lo spettacolo, all’interno dell’ex sala dei giochi dei principini Savoia, «c’era un bambino cieco e senza mani che rideva tantissimo e alla fine dello spettacolo è venuto ad abbracciarmi e mi ha detto “mi sono divertito tanto”».

Un avvenimento dell’infanzia, che ha accompagnato Silvana Zambrini nel percorso di questi 50 anni, alla convinzione di oggi dell’importanza del volontariato responsabile, dove «l’associazionismo deve istruire». «Noi vecchi, anche se definirmi vecchia mi fa sorridere perché non è così che mi sento nella volontà di agire – ironizza il vice-presidente del Mo.V.I. Lazio – abbiamo il dovere di lasciare spazio ai giovani, ma anche di insegnare loro» e conclude «la mia responsabilità è essere testimonianza per i giovani».