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Marco Lo Muscio e Playing the History, i retroscena

Intervista all'eclettico musicista - apprezzato organista, pianista e compositore - che presenta il progetto "Playing the history", poco prima del concerto di presentazione dello stesso

Marco Lo MuscioMarco Lo Muscio, in occasione del concerto di lunedì primo luglio alle ventuno presso la St. Paul Church di via Nazionale (leggi la recensione e guarda la photogallery), si è intrattenuto con Roma da Leggere. Si tratta di un musicista eclettico, apprezzato organista, pianista e compositore, nonché collaboratore italiano di John e Steve Hackett (leggi l’intervista a John Hackett). Nella sua carriera ha tenuto più di 700 concerti nelle cattedrali e sale più rinomate, come Cambridge, Westminster, Canterbury ed altre. Dal 2012 ha iniziato a lavorare come compositore per la North Star Media di Detroit.

Lo Muscio, cos’è Playing the History?

«E’ un progetto che non è mai stato fatto prima. Non si tratta di un cd in cui i pezzi che vi sono inclusi  sono semplicemente cover. Li ripropone e rielabora completamente daccapo in una via molto simile all’interpretazione dei grandi della classica. Si tratta di portare la musica progressive a livello di un Debussy , di un Bach o un Beethoven. Non c’è voce, non c’è batteria: è in definitiva un concerto prettamente acustico. Suonando questa musica in chiave acustica, ci si avvicina per forza di cose alla classica.  I testi piacciono al pubblico, sono conosciuti e per questo possiamo avere un doppio effetto. In Playing the History ciò che conta è la grandezza del progressive rock, soprattutto per la ricchezza di armonie che contiene al suo interno e perché si parla di tutto.  Abbiamo accostato dei brani composti da noi, che costituiscono circa un venti per cento del progetto. E’ secondo me molto bello immettere nuove idee per implementare e supportare il resto del lavoro al fine di renderlo più completo.  Durante il live di stasera proporremo in una prima parte i pezzi storici, poi anche qualche piccola chicca e pezzi nuovi, quelli composti da noi e ispirati alla letteratura».

Infatti, nel vostro caso si tratta di letteratura fantasy, in particolare dello scrittore John R. R. Tolkien. 

«Certamente».

Bilbo’s Dream è un brano ispirato a Lo Hobbit. Perché?

«Il pezzo che è ispirato a quest’opera, l’ho scritto apposta per John. Comunque, il fantasy è un tipo di letteratura particolare. Già il nome fantasia a noi musicisti dà delle impressioni di per sé, per cui è molto facile scrivere musica con questo tipo di libri. Mi piace scrivere ispirandomi a quadri, a opere d’arte o come in questo caso a libri e sperimentare così le interconnessioni tra varie arti».

Quanto è importante l’interconnessione tra varie forme d’arte?

«Assume un ruolo importante. L’interconnessione tra arti,  direi, è fondamentale. Playing the History rispecchia questa visione.  L’idea principale è avvolgere insieme più cose sperimentando in un’ottica diversa, più ampia. Wagner diceva:’è una musica totale che coinvolge tutte quante le arti’».

L’interconnessione è vissuta a pieno in Playing the History. Ci sono simbolismi ovunque e rievocazioni sotto varie forme. Anche la copertina…

«Il progressive rock ha come base anche ciò che riguarda il medio evo, i cavalieri, Enrico VIII perché è nato in Inghilterra, per cui è spontaneo parlare del mito inglese di cavalieri, draghi e dame. La copertina stessa è ispirata al fantasy, come del resto anche tutte le copertine delle band che suonavano progressive rock erano tutte quante fantasy. Quella di Playing the History è stata elaborata da David Guidoni. E’ un grafico che ha vinto per diversi anni di seguito il premio come miglior copertina progressive di dischi italiani. E’ un personaggio anche lui di nome, e siamo ben lieti faccia parte di Playing the History».

Vi ispirate ai King Crimson, ai Pink Floyd, ai Van Der Graaf Generator, ai Genesis…

«Sì, a tutta questa parte e in più quelli di Steve Hackett quando ha iniziato la carriera solista fuori dai Genesis. Oggi al concerto faremo anche dei pezzi suoi. Inoltre, non sarà una cosa di tutti i giorni vedere John Hackett e David Jackson che suonano insieme. E’ quindi anche una chicca storica, un momento importante da condividere».

Come avete intenzione di sviluppare questo progetto?

«Progetto è l’esatta definizione. E’ uno work in progress, che oggi, primo luglio, è appena nato. Ci aspettiamo che possa ingrandirsi sempre di più».

 

Intervista a cura di Ilaria Degl’Innocenti 

 

 

 

 

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