Roma da Leggere

News

Nina Zilli a Rock in Roma 2012, il nuovo che viene dal passato

Nina Zilli a Rock in Roma 2012, il nuovo che viene dal passato
luglio 17
21:08 2012

nina Zilli, il nuovo che viene dal passato

 Guarda la photogallery del concerto.

Nella cornice del sound aggressivo del “Postepay Rock in Roma 2012”, lo scorso 16 luglio Nina Zilli ha portato la sua musica raffinata, vestita di sonorità anni Cinquanta e Sessanta. “L’amore è femmina tour” prende il nome dall’omonimo album, il secondo della cantautrice piacentina, suonato in tutta Italia insieme alla Smoke Orchestra, che la Zilli chiama «le mie troie». È suggestiva la storia e il percorso musicale di questa artista che canta e scrive le proprie canzoni e che, dopo due festival di Sanremo, ha rappresentato l’Italia all’Eurovision Song Contest 2012.

La scenografia, i vestiti dell’orchestra, il bianco e nero dei colori, il nome della cantante disegnato come un logo, danno l’impressione di trovarsi a un concerto di soul e rhythm and blues degli anni Sessanta o a Studio Uno, il programma televisivo che non a caso fu il grande palcoscenico di Mina. Anche Nina Zilli fa la sua entrata con i toni della tv in bianco e nero, vestita in modo più sobrio di come ci ha abituati finora, con un mini abito monospalla argentato. La prima canzone è “Per le strade” e subito ci si accorge che l’acustica dell’Ippodromo delle Capannelle, buona per musicisti che devono fare rumore, è penalizzante per la voce nitida della Zilli. Amplificatori e distorsioni la sommergono rendendo spesso incomprensibili le parole, dando l’impressione che la cantante sia fuori contesto.

Il concerto prosegue al grido di «Daje Roma!», più volte lanciato dalla Zilli, e si alternano le canzoni dall’ultimo album al precedente “Sempre lontano”. La cantante trascina e coinvolge passando da “L’inverno all’improvviso” a “Piangono le viole”, dalla popolarissima “50mila” fino al rhythm and blues de “L’Inferno”, da “L’amore è femmina” ad “Anna”. Tra queste c’è spazio per la cover di “Grande, grande, grande” di Mina, interpretata nell’ultimo festival di Sanremo insieme a Skye dei Morcheeba, con il testo inglese di Norman Newell. Quando la Zilli intona l’ultima strofa in italiano la sua voce esplode e riesce nell’impresa di non far rimpiangere Mina.

“Per sempre” perde qualcosa rispetto all’esecuzione dell’orchestra di Sanremo, mentre sorprende il reggae di “No pressure” e “You can’t hurry love” delle Supremes, nella versione italiana “L’amore verrà”. Con l’occasione la cantante si toglie le scarpe, sembra una venere nera, una danzatrice tribale posseduta da suoni di un’epoca che non c’è più. Le sue canzoni hanno la capacità di ricordare la musica del passato, ma di essere radicate nel presente grazie a un modo attuale e sincero di raccontare l’amore.

Il concerto torna nel passato con una versione energica di “At last”, poi ancora i due reggae di “Penelope” e di “Che bella cosa sei”, pezzo di Fred Buscaglione riarrangiato in stile giamaicano. C’è spazio anche per brani più politici come “Tutto bene” e “La casa sull’albero”, il primo è introdotto dalla cantante con parole di qualunquismo politico, che fanno presa su un pubblico giovane. Colpiscono “Non qui” e “La felicità”, dove la voce raggiunge la vetta espressiva massima. La Zilli sembra sentire con particolare trasporto questi due brani che potrebbero rappresentare la nuova direzione della cantautrice dopo il sound anni Sessanta, destinato naturalmente a esaurirsi.

“Un’altra estate”, “Bacio D’a(d)dio”, “L’uomo che amava le donne” e il bis “La casa sull’albero”, “Lasciatemi dormire” e “Be my baby” chiudono il concerto. C’è tempo ancora per “Ain’t got no, I got life” dal musical Hair, che fu cantata da Nina Simone, che della Zilli è un grande riferimento e alla quale ha dedicato lo pseudonimo. La cantante saluta dicendo che questo pezzo «serve a ricordarci che la cosa più importante è la vita». È quello che sembrano dire le canzoni di Nina Zilli, vengono dagli anni più spensierati del secolo scorso e raccontano i sentimenti con profondità e passione, ma di quegli anni hanno anche la leggerezza e l’ironia, le stesse con cui la cantante e la sua orchestra lasciano il pubblico ballando sulle note di “Basta”, un cha cha cha degli anni Sessanta cantato da Adriano Celentano.