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La finestra sul diritto, flussi migratori: le norme sull’immigrazione | Seconda parte

La finestra sul diritto, flussi migratori: le norme sull’immigrazione | Seconda parte
febbraio 01
17:12 2016
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Prosegue sul tema dei flussi migratori la nuova serie de La finestra sul diritto, la rubrica di Roma da Leggere ispirata ai temi d’attualità e riletti in chiave giuridica. Nella seconda parte dell’incontro coi lettori sull’emigrazione nei paesi dell’Unione europea – che tanto ha infuocato il dibattito negli ultimi mesi – l’avvocato Marco Spadaro approfondisce il quadro delle norme sull’immigrazione attualmente vigenti

Riprendendo le fila della trattazione del fenomeno migratorio oggi si intende affrontare il tema da un diverso angolo prospettico.

In particolare, si volgerà lo sguardo a ciò che rappresenta l’orizzonte normativo, senz’altro di facile comprensione se visto dalla nostra finestra sul diritto, tuttavia ancora sbiadito e senza contorni ben definiti.

Ebbene, l’accennato quadro socio-politico ha aperto scenari tutt’altro che scontati e in via di rapida evoluzione dinanzi al forte impatto che riserva l’arrivo di migliaia di persone in cerca di accoglienza.

Curiosamente diversi Stati europei si sono particolarmente interessati a questi flussi migratori e non anche ai precedenti arrivi di migranti di ‘seconda scelta’, giunti a migliaia sulle coste italiane prima dell’arrivo della grande ondata dei profughi siriani.

Tale precisazione apre di fatto la strada ad una attenta riflessione sulle norme sull’immigrazione, in essere nei paesi dell’Euro zona.

Trascurando volontariamente dalla presente disamina gli accordi di Shengen, ormai noti, pur tuttavia con efficacia circoscritta e quindi spesso ignorati, è più opportuno concentrarsi sulle normative che vincolano tutti gli aderenti all’UE.

La straordinaria ondata migratoria delle ultime settimane ha infatti dato il via a serrati dibattiti sull’opportunità o meno di sospendere il Regolamento comunitario attualmente in vigore, Dublino III, approvato il 26 giugno 2013 ed appena entrato in vigore il 1° gennaio 2014, che regola le procedure dei richiedenti asilo.

Il testo originario ha visto la luce nel lontano 15 giugno 1990, giorno in cui i rappresentanti di dodici stati sottoscrissero un trattato internazionale in materia di diritto d’asilo.

Nel 2003, il contenuto della convenzione è stato trasposto nel Regolamento CE 343/2003, detto Dublino II, poi emendato sino ad arrivare all’odierna stesura, già in discussione dopo neanche due anni di vita giuridica.

Il Regolamento in particolare verte su un principio di portata generale: la richiesta di asilo da parte di cittadini extracomunitari che fuggono dai paesi in guerra o da persecuzioni di natura politica o religiosa deve essere presentata nel primo Paese dell’Unione Europa in cui si fa ingresso.

La ratio era ed è quella di fare in modo che almeno uno degli Stati membri dell’Unione si occupi del richiedente. Tuttavia, entrare fisicamente in uno Stato comunitario non implica automaticamente una completa libertà di spostamento nell’area UE per i richiedenti asilo. Da qui il problema attuale: esistono degli Stati come Grecia e Italia, che, per motivi geografici, costituiscono ancora una sorta di passaggio obbligato e non più una meta per i migranti che, in buona parte dei casi, non hanno intenzione di rimanere lì, ma vi sono costretti proprio in virtù del Regolamento n. 604/2013. Dublino III, per l’appunto.

L’insostenibilità di questa situazione ha fatto sì che, in taluni casi, i paesi maggiormente gravati dai flussi migratori abbiano favorito il passaggio dei migranti senza provvedere all’identificazione, per fare in modo che potessero inoltrare la richiesta nel Paese in cui volevano davvero risiedere.

Una chiara violazione del Regolamento, da sempre sostanzialmente tollerata dagli Stati firmatari, almeno fin quando il numero dei richiedenti asilo non è aumentato sino ai livelli attuali.

Adesso la situazione comincia a farsi difficilmente sostenibile da quei Paesi che se ne sono sempre fatti maggiore, se non esclusivo, carico. Per alcuni altri, come l’Ungheria, è forte la tentazione di sfruttare a proprio favore il Regolamento, che consente agli Stati di respingere i migranti che hanno presentato la richiesta di asilo ad una nazione diversa da quella in cui si trovano al momento dell’identificazione. O, per dirla tutta, di respingerli tout court, senza verificare o valutare alcunché.

Di fronte a quella che può definirsi una vera e propria emergenza umanitaria, oltre ad essere erette barriere fisiche sono state altresì avanzate delle proposte relative alla sospensione del Regolamento Dublino III, che permetterebbe a ciascuno Stato di elaborare le domande d’asilo dei rifugiati che varcano i suoi confini, a prescindere dell’esistenza di una precedente istanza presentata agli uffici di un’altra nazione.

Una soluzione del genere, tuttavia, avrebbe i caratteri dell’unilateralità, non essendo previsti casi di sospensione dal Regolamento, ma solo clausole che – in taluni casi – consentono ai singoli Stati di favorire il ricongiungimento familiare del richiedente asilo, che, su iniziativa dello Stato in cui viene presentata la domanda di asilo, può essere preso in carico dallo Stato in cui risiedono persone legate da vincolo di parentela al richiedente. In assenza, cioè, di una norma condivisa e vincolante, la maggiore elasticità del sistema si fonderebbe sempre sul buon volere, o disponibilità, del Paese meta ultima del richiedente asilo.

La situazione è delicata, perché ogni minuto che passa rischia di essere fatale per le migliaia di rifugiati che scappano dai paesi in guerra.

D’altra parte, il diritto d’asilo in quanto tale è salvaguardato, oltre che dalla Costituzione italiana, dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo nonché dalla Convenzione di Ginevra relativa allo status dei rifugiati.

Quest’ultimo dato non potrà essere ignorato quando l’Unione Europea si appresterà a riformare un sistema di accoglienza che, così com’è, non è più in grado di far fronte a una tale emergenza.

Non è sfuggito, in particolare, come negli ultimi tempi vi sia stato un repentino ribaltamento delle politiche estere di Stati come la Germania, l’Inghilterra e l’Austria apparentemente insensibili al fenomeno sino a quando non hanno individuato nei profughi siriani i migranti di ‘prima qualità’, intendendosi con tale locuzione quel materiale umano utile all’industria occidentale quale nuova forza lavoro educabile ed economica, facilmente assoggettabile alla cultura del profitto a differenza del migrante originario dell’Africa sub-sahriana meno incline all’integrazione nei costumi occidentali.

Tale stato dei fatti lascia senza risposta numerosi interrogativi riguardanti il destino dei migranti, agganciato alle politiche dei diversi stati interessati dal fenomeno migratorio di massa e che presto approderà sui più importanti tavoli della diplomazia internazionale con il chiaro fine di trovare una soluzione sostenibile al problema previo accordo delle più illustri democrazie sempre divise tra il rispetto dei diritti umani da un lato e la salvaguardia delle identità nazionali dall’altro.

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