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“Novantadue”, il libro sull’Italia da Falcone e Borsellino ad oggi

“Novantadue”, il libro sull’Italia da Falcone e Borsellino ad oggi
agosto 02
12:21 2012

Novantadue, la copertina del libro

Le morti di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, gli anni che precedono e seguono il 1992. Anno che per molti segna uno spartiacque tra la prima e la seconda Repubblica e per tanti altri un confine tra due epoche in fin dei conti non tanto lontane tra loro. Il libro “Novantadue. L’anno che cambiò l’Italia“, edito da Castelvecchi, è scritto da 17 autori, ognuno dei quali racconta, scegliendo un’angolazione diversa, un tassello del quadro storico e sociale di quegli anni. I protagonisti sono stati lo Stato con i suoi Governi, la mafia con i suoi volti scoperti e la società civile con i suoi eroi e proteste. Il curatore e autore Marcello Ravveduto la definisce «un’opera di Public History», non una ricostruzione fatta da esperti o accademici, ma «un resoconto interdisciplinare degli eventi che predilige il lavoro di gruppo. Un testo rivolto a un pubblico eterogeneo, interessato tanto alla Storia quanto alla memoria, che si oppone alla condanna all’oblio, sperimentando la via di un’etica dell’età contemporanea. Il racconto individuale è una narrazione del passato che si fa Storia nel presente». Il testo si chiude con una “Cronologia del 1992 “a cura di Carmen Pellegrino e una piccola scheda degli autori.

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino il 27 marzo del 1992, nello scatto di Tony Gentile. Fonte: l'Inkiesta

I temi

“Il principe di Salina” di Marcello Ravveduto: il curatore del libro espone il progetto generale dell’opera e offre ai lettori un quadro generale del 1992, tra Tangentopoli e lo stragismo mafioso.

“Gli invisibili” di Manuela Iatì: al centro della narrazione ci sono Reggio Calabria e l’ndragheta, dal 1992 in poi. Iatì spiega come in questi luoghi il crimine abbia radici lontane, e cita le cosche invisibili, i pochi che dirigono e che nessuno conosce, a meno di non essere, a propria volta, invisibili.

“La primavera” di Giovanni Abbagnato è dedicato al movimento di protesta che ha investito Palermo, quando «una parte significativa della città seppe dire basta non solo alla mafia, ma anche alle sue stesse titubanze, alla perdita della memoria delle grandi battaglie contro il dominio mafioso».

“Non è dato sapere” di Francesco Piccinini parte dalla morte di Giovanni Falcone, avvenuta all’altezza di Capaci il 23 maggio 1992, per raccontarne la vita. Con l’abilità del giornalista ripercorre anche gli ultimi giorni di Paolo Borsellino. A fare da sfondo alla narrazione scorrevole e dettagliata, l’alternarsi dei governi in quegli anni.

“Donne da scorta. 1992 – 2012” di Laura Galesi: un anno e un ventennio visto da uno sguardo femminile. Galesi fa parlare due donne della scorta di ieri e di oggi per mostrare un altro volto della mafia, quello delle persone che credono in una sua sconfitta, e che escono tutte le mattine senza sapere se la sera torneranno a casa.

“Il malato immaginario” di Corrado De Rosa. L’attentato a Falcone è spiegato tracciando la storia di uno degli ergastolani della strage di Capaci: Giovanni Battaglia. «Lui – scrive De Rosa – che durante tutte le fasi della strage è rimasto in secondo piano e ha mantenuto un profilo bassissimo» si era finto “pazzo” per ottenere l’impunità. Ma il tentativo è fallito. Dopo tre gradi di giudizio la sentenza è diventata definitiva, conclude De Rosa.

“La solitudine della picciridda” di Serena Giunta. Come Galesi, Giunta sceglie una storia al femminile per raccontare il 1992, ma questa volta non dal punto di vista di chi combatte la mafia ma da chi, a suo malgrado, ne fa parte. È la storia di Rita Atria, la diciassettenne che decide di collaborare con la giustizia dopo la morte del padre e del fratello. Trova un appoggio in Paolo Borsellino, e che dopo la morte del magistrato si lancerà nel vuoto dal settimo piano del suo appartamento.

“Il racconto in Tv. Le fiction su Falcone e Borsellino” di Anna Bisogno. Questo capitolo è un’analisi di come la mafia e le sue vittime sono state viste e descritte dalla televisione. È citata la fiction su Borsellino e quella su Giovanni Falconi, segnata, quest’ultima, dal ricorso «presentato con procedura d’urgenza dal magistrato Vincenzo Geraci, ex collega a Palermo di Giovanni Falcone» che riteneva ci fossero nella fiction elementi denigratori della sua immagine.

“Gli invincibili” di Francesca Viscone con Renate Siebert e Petra Reski è un’intervista a due scrittrici di mafia, tedesche entrambe, ma con una vita e idee molto diverse tra loro. Falcone, Borsellino e il fenomeno mafioso nel suo insieme, sono al centro di questa riflessione per comprendere le ragioni dell’espansione della malavita.

“Il salto di qualità” di Amalia De Simone affronta quasi un decennio di stragi, dall’attentato al treno Rapido 904 (il 23 dicembre del 1984) a quelle di Capaci e di via Amelio, usando come filo conduttore l’esplosivo impiegato.

“L’altro sangue” di Ciro Pellegrino ricostruisce il caso di migliaia di italiani danneggiati da trasfusioni o dall’assunzione di emoderivati prodotti con sangue infetto, dalla metà degli Ottanta fino all’inizio degli anni Novanta.

“La grande solitudine” di Andrea Meccia: le stragi e gli attentati raccontate nelle immagini del grande schermo. È qui, infatti, secondo l’autore, «al di là delle storie raccontate che si sedimentano, più o  meno volontariamente, i segni di un’epoca, i sintomi nascosti di una società, i suoi vizi, le sue virtù».

“On air e on line. La metamorfosi del racconto (1992-2012)” di Alessandro Chetta. Come il precedente lavoro, anche questo di Chetta sceglie l’angolazione dei media per parlare del 1992. Ma lo fa analizzando il cambiamento nel modo di informare, passando per la televisione, la narrativa e Internet.

“Il salotto della Lega” di Monica Zornetta. Giornalista veneta, apparentemente lontana dai luoghi in cui la mafia è nata, Zornetta descrive una realtà che conosce bene, quella della nascita della Lega Nord e della sua crisi odierna. Dai primi incontri a Roma alle indagini della magistratura che hanno investito il Consiglio regionale della Lombardia.

“Il Corsaro” di Giorgio Mottola affronta l’altro “male” che affligge l’Italia in quegli anni, Tangentopoli, analizzando le fasi dell’affare “Enimont”, dal processo alle condanne. La maxitangente, scrive Mottola, dalle cui ceneri «sorge la Seconda Repubblica con qualche virtù in meno e alcuni vizi in più».

“Italia d’oro” di Carmen Pellegrino. Tangentopoli è al centro anche del lavoro che chiude “Novantadue. L’anno che cambiò l’Italia”. Il capitolo si apre con la figura di Mario Chiesa per concludersi con alcuni versi della canzone che Pierangelo Bertoli portò a Sanremo nel febbraio del 1992 e che porta l’omonimo titolo: “Italia d’oro”. Per Pellegrino quei versi «più che presagire gli eventi che di lì a poco avrebbero investito il Paese, sembra documentare quel tempo, lo rende conoscibile alla stregua di un documento storico».

Federica Usai

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