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Rogo del camper a Centocelle: l’emarginazione che porta alla morte. La denuncia di Santino Spinelli

Fonte foto: sito web Comunità di Sant'Egidio

Rogo del camper a Centocelle: l’emarginazione che porta alla morte. La denuncia di Santino Spinelli
maggio 14
11:55 2017
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Il rogo del camper a Centocelle, che ha causato la morte di tre sorelle, riaccende il dibattito sulla difficile questione dell’integrazione sociale delle famiglie rom. Il docente universitario e musicista lancia la sua accusa alla politica e ai media. L’omaggio alle vittime della Comunità di Sant’Egidio

Intorno alle ore 3,15 nella notte di mercoledì 10 maggio 2017 a Centocelle, quartiere della periferia sud romana, una ragazza di 20 anni e due bambine di 8 e 4 anni hanno perso la vita a seguito dell’incendio del camper. I genitori ed i fratelli, anche essi all’interno del camper, sono riusciti a mettersi in salvo non appena il mezzo parcheggiato nei pressi di un centro commerciale ha preso fuoco. Le cause del rogo sono ancora sconosciute ma la procura ha aperto un’inchiesta per incendio doloso e volontario. Sarebbe stata una notizia di cronaca come le altre, se non fosse emersa l’etnia della famiglia vittima del rogo del camper a Centocelle: rom.

 Rogo del camper a Centocelle, la denuncia di Alexian Santino Spinelli

Sulla questione è intervenuto Alexian Santino Spinelli, rom italiano, musicista e docente universitario che da oltre 30 anni denuncia la politica di segregazione razziale portata avanti nella città di Roma contro i Rom. La sua lotta è da sempre a favore dello «smantellamento dei campi nomadi opera di una politica di sfruttamento che negli anni ne ha creato su un buisness, in quanto  i campi nomadi costano soldi e con gli sgombri Mafia Capitale ha proliferato questo fenomeno di segregazione razziale». La chiusura dei campi Rom implica necessariamente il bisogno di ripensare ad un politica abitativa adeguata poichè «mettere le persone sulla strada creerà solamente il proliferare di nuovi campi e chi vive in un campo nomade vive un’economia di sopravvivenza. Si tratta di famiglie per le quali si deve aver la possibilità di creare lavoro, io faccio l’assistente sanitario e lotto da sempre per i diritti basilari che vengono calpestati come la casa, il lavoro, l’assistenza sanitaria e la scolarizzazione. Infatti  la condizione del vivere nei campi nomadi è stata imposta da quella che viene definita la “Ziganopoli”, ossia la politica dell’usare i nomadi per far soldi, quella delle comunità Rom è stata una mobilità coatta, ossia una comunità imposta dove se ti reprimo da un punto di vista etnico di costringo a scappare».

La denuncia di Spinelli però è rivolta anche ai media che si dimostrano «xenofobi, portando avanti campagne di istigazione all’odio razziale. quello che chiedo io è una libertà di stampa che permetta un’ informazione corretta e un ripristino della legalità,quella vera». A detta sua, quella che manca è «la volontà di cambiare, non è possibile infatti avere un cambiamento se non si ha un confronto con una consulta  dei diversi rappresentanti rom che possano interloquire con le diverse autorità».

La comunità romana vicina alla famiglia vittima del rogo del camper a Centocelle

incendio del camperIntanto, nel ricordo di Francesca, Angelica ed Elisabeth, le tre sorelle decedute nel tragico evento del rogo del camper a Centocelle di mercoledì notte, monsignore Konrad Krajewski ha portato conforto alla famiglia Halilovic, testimoniando la vicinanza del pontefice insieme alla Comunità di Sant’Egidio che si è stretta attorno alla famiglia nella veglia funebre tenutasi a Santa Maria in Trastevere l’11 maggio 2017. Oltre ai numerosi cittadini romani accorsi per mostrare la loro solidarietà e il sostegno alla famiglia,all’intera comunità con il suo rappresentante il presidente Marco Impagliazzo, sono state presenti anche le autorità come il prefetto di Roma Paola Basilone, il consigliere e deputato Stefano Fassina, il vicepresidente della regione Lazio Massimiliano Smeriglio. La mamma ed i familiari durante la cerimonia hanno acceso dei ceri in ricordo delle giovani vittime mentre undici bambini rom, in rappresentanza della comunità, seduti davanti all’altare hanno indossato delle magliette colorate con la scritta “non sono un pericoloso, sono in pericolo”. Ad officiare la cerimonia  in memoria delle tre sorelle decedute nel rogo del camper a centocelle è stato monsignor Paolo Lojudice che non ha mancato di ricordare tutte le vittime delle comunità nomadi morte in omicidi dettati da uno stigma sociale: “Oggi nel nostro occidente, nella nostra Italia, nella splendida città di Roma, nessun bambino può vivere in mezzo alla strada, rosicchiato dai topi, arso vivo. Uccidere un bambino è uccidere la società, il futuro, noi stessi. Tutti pensiamo di chi sono le responsabilità di questa tristissima vicenda, alle responsabilità di chi ha commesso il fatto, in queste ore in tanti dicono non ci si può credere, non si può arrivare a tanto ma è facile scaricare le coscienze pensando a un colpevole. Siamo sicuri che il colpevole è uno solo? E le nostre responsabilità dove sono? Dove sono le responsabilità della società civile, dell’amministrazione pubblica?”.

I presenti hanno rappresentato quella parte di chiesa e società evoluta nella direzione del non bollare le comunità Rom come appartenenti ad una differente categoria sociale, e, nonostante il tema si dimostri spinoso dividendo anche la  pubblica opinione la Comunità di Sant’Egidio, che da sempre lavora a contatto con Rom e Siniti, con la sua presenza ha portato un messaggio di inclusione contro la paura e il rifiuto di una cultura sconosciuta e contro lo stigma sociale che pesa sui campi rom come luoghi di miseria e violenza. Una minoranza che in Italia conta almeno la presenza di circa 150mila appartenenti a comunità nomadi non può essere ignorata, in quest’ottica la soluzione si dimostra essere solo un progetto d’integrazione superando l’emarginazione dettata dagli stessi campi rom e investendo sull’istruzione.

Nel tempo, le istituzioni si sono dimostrate incapaci di trovare soluzioni al problema di integrazione che da sempre affligge le comunità Rom: dall’idea che i campi nomadi autorizzati fossero una soluzione alternativa al degrado e alla violenza si è poi giunti a considerali come soluzioni definitive (incrementando ancora di più l’emarginazione già presente) volte ad arginare un problema che in realtà è stato solo nascosto. Fino a soluzioni più drastiche, come la chiusura di alcuni di questi senza però trovare per i suoi abitanti un’adeguata “soluzione abitativa”. Il rischio di rimanere ancorati alle stesse soluzioni provvisorie e mai attuate è ancora lo stesso.

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