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Terremoto in Centro Italia: dalla paura di quei terribili momenti, un racconto di speranza

Terremoto in Centro Italia: dalla paura di quei terribili momenti, un racconto di speranza
settembre 08
22:06 2016
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Il ricordo di quella notte tra il 23 ed il 24 agosto 2016 e dell’avventura di alcuni coraggiosi ragazzi che lavorano come volontari e angeli custodi sul posto. Il toccante racconto del terremoto in  Centro Italia, vissuto in prima persona dalla nostra collaboratrice, appena rientrata dalle zone colpite dal sisma

Cantano i Poeti a Braccio, a Leonessa (RI), la sera del 23 agosto 2016, in quel prato intorno alla chiesa. Fa freddo, il vento questi giorni soffia forte e crea vortici di polvere e foglie che volano impazziti in quell’aria gelida. Si torna a casa dopo aver ascoltato terzine di vita e poesia, tra gioiose stonature e impeccabile maestria dialettica. Il letto caldo, in quella strana sera ha le parvenze del posto più confortevole del mondo; piano si chiudono gli occhi, e quel mordibo piacere accompagna il tepore del sonno.

Poi, all’improvviso, dei boati. I muri sembrano rimbombare dall’interno. Quel bombardamento sale dalla terra, dal cielo e solo Dio sa dove. Poi il tremore, come negli incubi da bambina: c’è qualcuno sotto il letto che vuole farmi spaventare? Pausa. Forse era un incubo. “Chiudi gli occhi, sciocchina – dico a me stessa – e vedi di sognare qualcosa di sereno”. Ancora botti, ci risiamo.

Trema, tutto trema, trema tutto santo cielo. Bisogna andar via, uscire di qui. Tutto il paese si riversa in strada: si rimediano coperte per gli anziani, si macinano sigarette e si sputa ansia e fumo. Ci si guarda attorno sperduti tra ciabatte e pigiami, mentre si va su e giù per controllare che tutti stiano bene. E’ crollato un muro, una casa, un tetto ha iniziato a buttar giù i suoi sassi, alcune case si sono riempite di calcinacci. Ma stiamo tutti bene, in questa assurda sera d’agosto, mentre i bambini si convincono che gli adulti siano davvero strani: ma c’era proprio bisogno, stanotte di fare questo gioco di dormire in macchina? Almeno giocano tutti, quello è vero.

Qualcuno rientra in casa, bisogna capire dove sia successo, i telefoni non funzionano più. Mentre si scalda l’acqua per una camomilla, il telegiornale parla di distruzione. Lacerante forza della natura, senza coscienza, senza colpa, che muovi la terra e lasci la morte. Le parole sono chiare: è successo accanto a noi, 10 km in linea d’aria. Ci guardiamo di nuovo, e sussurriamo l’informazione con timorosa colpevolezza di essere li, in piedi, confusi, vivi.

Poi di nuovo quel rumore: l’inferno sta ballando sotto di noi, dobbiamo lasciare casa in una frazione di secondo. E succede di nuovo. E poi ancora. Migliaia di volte. Ma quando finirà?
Siamo rimasti in pochissimi qui in montagna. L’estate è finita alle 3 e 36 del 24 agosto, le case sono rimaste vuote. Alle prime luci del mattino è iniziato il rientro forzato dalle ferie e dalle vacanze. Si è preso alla rinfusa il necessario, c’è chi ha lasciato le finestre aperte. La notte prima, il delirio; il giorno dopo la desolazione.

Ma quella notte maledetta succede qualcosa di incredibile: non è ancora l’alba, quando alcuni ragazzi tra i 18 ed i 30 anni senza pensarci due volte, partono per Amatrice. Scavano a mani nude per tirar fuori dalle macerie chi non ha avuto la fortuna ed il tempo di poter fuggire: qualcuno respira ancora, qualcuno ormai non più. […] Mentre c’è chi scava, qualcun altro inizia ad organizzare un enorme magazzino, dove camion e tir scaricano viveri, coperte e vestiti che vengono controllati e distribuiti: è il Centro Smistamento di Cittareale (RI).

Formiamo un gruppo, si parte. Quel che è certo, è che questo posto ha una storia destinata a durare di generazione in generazione, come uno di quei racconti narrati dai nostri anziani che ci sembra quasi aver vissuto davvero, talmente tante le volte che è capitato di ascoltarli.

Arrivati sul posto ci imbattiamo subito nell’emergenza: quintali e quintali di materiale in migliaia di scatoloni, e poi tantissime persone in frenetico movimento. Si smistano gli abiti dividendo il nuovo dall’usato, il vestiario maschile da quello femminile, tutto l’occorrente per neonati e bambini. Ci sono gli addetti al cibo che diventano rapidamente addetti all’igiene personale e se c’è bisogno si corre a sistemare le centinaia di casse d’acqua, ma poi si lascia tutto perchè qualcuno strilla: “Catenaaaa!!!“. C’è da scaricare ancora. Tutti in fila, i pacchi pesano ben oltre l’immaginazione, ma è chiaro che nessuno ha intenzione di mollare.

Ma non è solo ad Amatrice il disastro: ci sono Accumoli e più di 70 frazioni totali da soccorrere. Queste ultime vengono raggiunte fin da subito dai ragazzi del Centro, con auto e jeep cariche di viveri e beni di prima necessità: mettono a rischio le loro stesse vite e scrivono liste dei sopravvissuti. Si cercano contatti, si appunta tutto. Viene creata una mappa, si divide il territorio in zone d’intervento per poter operare suddividendosi in squadre.

Tutto questo è gestito da Marco Margarita, 26 anni, che viene messo a capo dell’organizzazione dagli amici di una vita, Simone, Nicola, Matteo, Giorgia. E a vedere dai risultati, la fiducia è ben riposta. I ragazzi di Cittareale ci accolgono come fratelli: dopo lo smarrimento iniziale, si condivide tutto. La fatica è pazzesca, le cose da fare non finiscono mai: i tir continuano a scaricare, in pochi giorni gli alimenti sono in esubero e i vestiti non si contano più. Si lavora giorno e notte, si fa il pieno delle emozioni più disparate.

Valerio Capraro, volontario nell’emergenza del Terremoto in Centro Italia, scrive così su Facebook: “Un terremoto non è soltanto un evento geologico. Non consiste soltanto di un improvviso rimodellamento della forma della crosta terrestre. Un terremoto è anche un evento sociale: ridefinisce e rimodella le nostre relazioni, ed è proprio la rottura improvvisa di alcuni legami a generare la voglia di rafforzare i rimanenti e crearne degli altri ancora”.

Il tempo scorre senza farsi sentire. Ci si dimentica persino di andare in bagno tanto, si è presi dal lavoro. Ci si distrae solo con le lacrime di chi ha perso tutto ed è li, in piedi, che si vergogna a chiedere aiuto. In quel momento si abbandona qualsiasi attività, e l’unica preoccupazione diventa il pensiero di cosa può essere utile per ricostruire una vita: uno spazzolino, una coperta, mutande, calzini, diversi vestiti.

Come Elisa, che ha 6 anni, e vorrebbe un gioco: il Centro si ferma, tutti a cercare un giocattolo per questa bambina che non sorride ma ha il sacrosanto diritto di tornare ad essere felice. Poi arriva una donna: c’è un neonato di 8 mesi che ha perso sia la mamma che il papà, “non ha più nulla“. Da dove cominciare? Una scossa, stavolta non del terreno. Si smuove l’anima, quasi a scostare via la tristezza, ma non c’è tempo, bisogna preparare un ciuccio, un biberon, dei pannolini…

La Protezione Civile ed i Vigili del Fuoco si insediano nella struttura con un po’ di fatica. La realtà è di proporzioni complicate: molti ragazzi come Ivan, Manuel, Amato e tanti altri ancora, si danno da fare fin da subito, ma c’è anche chi rimane a guardare forse convinto di un volontariato che si basa sulla presenza più che sulla cooperazione.

Noi ragazzi, dal canto nostro, continuiamo e continueremo a lavorare. Questi giorni avrebbero potuto toglierci tutto, e invece abbiamo trovato vita tra le macerie, forza tra la disperazione, unione nello smarrimento. È servito agli altri nella stessa identica misura in cui è servito a noi: acqua, cibo, vestiti… un senso. Non per capire, ma per accettare. E continuare ad amare la vita per la misteriosa signora che è, conservando con ruggente coraggio la nostra giovane umanità.

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