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Ultima di Totti con la Roma. Lettera d’amore N.10 | Appunti di vita in città

Ultima di Totti con la Roma. Lettera d’amore N.10 | Appunti di vita in città
maggio 27
08:30 2017
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Nella trentaduesima puntata di Appunti di vita in città l’autore e giornalista Paolo Marcacci scrive una lettera in occasione dell’ultima di Totti con la Roma, in programma domenica 28 maggio 2017 allo stadio Olimpico

A vederlo così, il sole sembra lo stesso che c’era a Brescia, quel giorno di marzo; è solo più caldo, e scioglie in viso un sudore che mimetizza le lacrime di chi non può e non vuole fare nulla per trattenerle.
Le nuvole bianche, innocui palloncini sfuggiti di mano ai bambini che hanno smesso di essere tali, sembrano sgonfiarsi perché una miriade di lancette impazzite, scappate dagli orologi che erano rimasti immobili, le sfiorano come aghi: è il tempo, che presenta il conto tutto insieme, quasi dispiaciuto stavolta per il compito ingrato che oggi gli tocca.
Chi eravamo, chi siamo diventati? Cosa c’è stato in mezzo? È stato come prendere per mano un bambino prima della linea laterale e avviarsi con lui verso il cerchio di centrocampo, per poi accorgersi che oggi quel bambino siamo noi, portati per mano dall’uomo che lo ha sostituito. Fuori Rizzitelli, entra il giovane Totti: forse nemmeno ricordiamo quali fossero allora le nostre idee, gli amici che frequentavamo, con quale comitiva venivamo allo stadio, chi fosse il nostro compagno di banco. E poi ci è successo di crescere, di fare delle scelte, di cambiare casa e opinioni, di innamorarci perdutamente di chi oggi a malapena ricordiamo, di concepire figli che già si sentono in grado di dirci dove abbiamo sbagliato. Possibile che sia passato così, tutto assieme, questo tempo che ha bruciato modi di vivere, punti di vista, leader politici e presunti equilibri mondiali? Quando Boskov ti disse di alzarti, non sapevamo nemmeno cosa fosse un sms e per qualche anno ancora non lo avremmo saputo. Oggi sappiamo di non essere al passo coi tempi se usiamo solo Whatsapp. Eppure siamo ancora qua, ad aspettare che ti alzi dalla panchina, con la differenza che la curiosità di allora è diventata la nostalgia che già sentiamo arrivare; con quel retrogusto amaro per il trattamento che hai e non hai ricevuto. Lo dicono tutti, che il tempo passa troppo in fretta: è una delle frasi fatte più fatte che esistano; ma la tua gente al fischio d’inizio di Roma – Genoa, o più probabilmente quando ti vedrà a bordo campo con la maglia da gioco, che è stata culla, madre, sorella e amante, capirà che per chi ama i tuoi colori è un po’ diverso: per noi domenica sera il tempo sarà passato tutto insieme, come chi presenta il conto una volta sola. Perché abbiamo avuto gioie, riso, pianto, ci siamo goduti soddisfazioni insperate, abbiamo rinunciato a sogni che avevamo e altri ne abbiamo realizzati; ci siamo sorpresi nel riconoscerci differenti da quelli che pensavano di essere. Una sola non è mai cambiata: tu, dentro la maglia della Roma, all’ingresso in campo, con la fascia al braccio; una delle rare certezze in una vita che ne offre sempre meno. Non c’è nulla di cui meravigliarsi, allora, se abbiamo tenuto a te come se fossi uno dei nostri affetti più cari; se ci siamo infervorati e abbiamo litigato un milione di volte con chi non riusciva ad ammettere la tua grandezza. Per rendere l’idea, se avessimo avuto a cuore i nostri parenti nello stesso modo in cui abbiamo palpitato mentre ti avviavi verso il dischetto, quel pomeriggio a Kaiserslautern contro l’Australia, non esisterebbero le liti familiari.
Ogni tanto viene spontaneo aggiornare la lista dei tuoi avversari o, meglio, dei tuoi antagonisti, di quelli che sarebbero dovuti diventare più forti di te: i più fortunati parlano di te in uno studio televisivo, alcuni pesano più di un quintale, altri ancora ridono dentro un bar come i calciatori tristi di De Gregori.
Per tutto quello che avresti potuto conquistare in più, contabilità sterile che interessa più a chi ti critica che a chi ti ama, potresti dire “Mi è mancato il tempo…” come disse il Padrino, ormai anziano, a suo figlio Michael Corleone. Che c’azzecca questo paragone con Marlon Brando? C’azzecca, perché ogni volta che parliamo di lui ne parliamo come il più grande  di tutti e così sarà ogni volta che parleremo di te: è l’eterno presente di chi non smette mai di esibirsi, perché mai avrà paragoni.
Non ha senso cadere nel tranello, involontario, di chi ci chiede ogni volta quale sia stato il tuo gol più bello: mi viene in mente un pomeriggio genovese, con i tifosi blucerchiati in piedi ad applaudire un tuo inimitabile capolavoro di balistica e coordinazione; Sebastiano Rossi che non si capacita di come abbia fatto a scavalcarlo, quel tuo pallonetto; Milano nerazzurra frustrata e ammirata al tempo stesso, per i giri del pallone che si spengono dove nemmeno un puntatore laser avrebbe saputo indirizzarlo. Potremmo continuare per ore, ma sarebbe quasi una mancanza di rispetto, da parte nostra: vorrebbe dire considerarti soltanto un grande, grandissimo giocatore. Sono discorsi, ovvi, che lasciamo agli altri, a tutti gli altri, a chi probabilmente domani riuscirà anche a godersi lo spettacolo.
Noi siamo i tifosi della Roma; tu sei Francesco Totti; sarai per sempre una parte della nostra vita: quella che non ci ha mai tradito.

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