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Il vino: quel migrante silenzioso oltre ogni barriera | L’arte della degustazione

Il vino: quel migrante silenzioso oltre ogni barriera | L’arte della degustazione
settembre 21
09:57 2017

Nella seconda puntata della rubrica dedicata a vino, cultura, enogastronomia e territorio, il wine communicator Daniele Graziano racconta dei vitigni che hanno unito il Mediterraneo, fondendo storie e leggende e superando le barriere del tempo e dello spazio, della cultura e delle tradizioni

I migranti nascosti.

Silenziosi, laboriosi, incredibilmente desiderosi di adattarsi alla nostra cultura e al nostro territorio, ma altrettanto sorprendentemente generosi nell’accrescerla, nell’elevarla, nel traghettarla ai vertici delle eccellenze internazionali.

Giunti da una rotta faticosa, dolorosa, hanno attraversato l’Armenia, l’Anatolia, toccato le sponde del mar Egeo e attraversato le colline dei Balcani: un viaggio lungo, impervio, a volte doloroso, spettatori silenti spesso costretti alla tavola dei potenti, fra guerre, genocidi, scontri fraticidi.

Trasportano il retrogusto sapido dei pontili delle navi, l’eleganza ventosa del Meltemi, la durezza dei terreni della Cappadocia, la potenza del deserto, l’aroma armonico del cedro libanese, la cultura millenaria di Yerevan.

Oggi li consideriamo perfettamente italiani, o meglio autoctoni, anzi addirittura espressione del nostro patrimonio locale e nazionale, ma qualcuno di essi lo etichettiamo ancora con nomi che tradiscono origini diverse: “greco”, “niuru maru” o “niger màvro”, “mantonikos”, “monemvasía”.

Sono alcuni dei vitigni che hanno reso l’Italia famosa nel mondo: il Greco, il Gaglioppo, il Mantonico, il Negroramaro, il Primitivo, le Malvasie. Hanno portato con sé fratelli e sorelle (cloni), cugini (altri vitigni autoctoni similari o da essi derivati) e un intero patrimonio di sentori, aromi, profumi che oggi caratterizzano la nostra cultura enogastronomica, la nostra tavola, la nostra tradizione.

Hanno assunto sembianze e nomi differenti in ogni porto o paese che hanno raggiunto, forse per “camuffarsi” meglio o semplicemente nel tentativo delle popolazioni locali di reclamarne la grandezza: ed è così che i californiani chiamarono Zinfandel un vitigno pugliese noto per maturare precocemente e lì appunto chiamato Primitivo. Ma gli stessi pugliesi, forse inconsapevolmente o forse per evitare di cimentarsi in uno scioglilingua enologico, avevano battezzato così il Crljenak Kastelanski (pronuncia responsabilmente, cit.) proveniente dalla Dalmazia o il suo più noto discendente (se frequentate pedanti simposi sommelieristici come il sottoscritto) Plavac Mali, “il piccolo blu”, il cui identikit non può che svelare la ormai chiara somiglianza o addirittura corrispondenza col nostro Primitivo.

Migranti con cittadinanza onoraria quindi, come il Greco e il Gaglioppo – che deve il nome alla bellezza del suo grappolo maturo, in greco “bel piede” – giunti sulle coste di Krimisa (oggi Cirò Marina) dalle sponde elleniche ed oggi alfieri nel mondo della qualità calabrese, tanto elevata quanto ancora poco conosciuta.

Vitigni che hanno unito il mediterraneo, che hanno fuso storie e leggende, che hanno superato le barriere del tempo, dello spazio, delle religioni, della cultura, delle tradizioni, della politica.

Ospiti un tempo, oggi ambasciatori della nostra qualità, li abbiamo storicamente anche protetti e difesi a spada tratta: a riguardo mi viene in mente l’editto angioino che vietò l’introduzione sul territorio pugliese di vini provenienti da altre regioni, una sorta di enologica sospensione di Schengen ante litteram.

Oggi il Cirò, il Primitivo, il Salice Salentino fanno incetta di medaglie e riconoscimenti nelle più grandi rassegne enoiche internazionali: elevano la nostra immagine nel mondo, accrescono e completano la nostra tradizione gastronomica, narrano una storia tutta italiana e mediterranea intrisa di territorio, cultura e tradizione.

In un mondo diviso da conflitti ideologici, da paure di integrazione e da muri che tornano ad erigersi, questi “migranti del gusto” travalicano ogni ostacolo culturale recando con sé un piacevole messaggio di eccellenza ed armonia.

E ci raccontano di opportunità che superano ogni limite, di viaggi senza tempo e senza fine che portano con sé cultura ed eccellenza, di un mondo i cui confini son troppo limitati per la voglia di esprimersi di un vitigno.

Figuriamoci per quella di un essere umano.

Daniele Graziano è wine communicator, sommelier e appassionato di enogastronomia. Creatore ed organizzatore di corsi, eventi ed esperienze dedicate a vino, territorio e cultura.

Per approfondire, vivere la vigna e degustare il territorio:
“Mare Nostrum, vini e cibi del Mediterraneo”
Giovedì 28 settembre, ore 20,00
Terrazza Relais Fontana di Trevi
Via del Lavatore, 43 Roma
evento FB / site / Dgexperience

Una serata in cui approderemo enogastronomicamente sulle coste più suggestive del nostro continente, fondendo sapori e vini così lontani eppure così familiari. E li abbineremo alle creazioni enologiche di due aziende che fanno dell’identità territoriale il loro credo: la calabrese Scala Cantina e Vigneti e la pugliese Schiena Vini.

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